09 Settembre 2026
Lo dico subito: ho quasi mezzo
secolo, e sono quello che si definirebbe un giocatore “singleplayer”.
E forse proprio per questo, quando penso a GTA VI, mi accorgo che le cose che
mi interessavano di GTA trenta anni fa, oggi non sono più quelle che mi fanno
venire voglia di giocare.
E allora mi viene naturale tornare con la memoria al primo Grand Theft Auto.
visuale dall’alto, strade viste quasi come una mappa, macchine che sembravano
giocattoli e quegli omini arancioni messi in fila che potevi investire senza
che il gioco si facesse troppe domande. io si però… chi erano? Davvero gli hare
krishna? (oggi almeno ho imparato come si scrive)
All’epoca, però, quella roba aveva qualcosa di incredibilmente nuovo. Non era tanto la qualità tecnica a stupire, quanto l’idea: poter girare liberamente per una città, rubare automobili, commettere crimini, attirare l’attenzione della polizia e decidere sostanzialmente da soli cosa fare.
Era una piccola rivoluzione nelle meccaniche.
Ma, guardandolo oggi con gli occhi
di un giocatore moderno, bisogna anche essere onesti: GTA I non era certo un
capolavoro dal punto di vista tecnico. Aveva un mondo interessante per l’epoca,
ma estremamente semplice rispetto agli standard attuali. E soprattutto era
un’esperienza che, per contenuti e durata, oggi sembrerebbe quasi microscopica.
D’altra parte, venivamo da giochi in cui un omino poteva correre, saltare e
magari tirare due pugni e le riviste erano già lì a parlare di
"realismo"
Eppure quelle idee erano lì.
Ed è forse questa la cosa più affascinante della storia di GTA; la tecnologia è
cambiata radicalmente, ma l’idea di fondo è rimasta quella: metterti dentro un
mondo e lasciarti libero di vedere cosa succede.
Da quella visuale dall’alto siamo arrivati a città tridimensionali gigantesche,
personaggi animati in maniera sempre più realistica e mondi nei quali una
quantità enorme di sistemi deve funzionare contemporaneamente.
Se ci penso, è abbastanza incredibile. Quando giocavo a Doom, il massimo della
mia immersione era sparare a dei demoni mentre cercavo di ricordarmi dove fosse
la porta blu. Oggi mi aspetto che un NPC abbia una routine quotidiana
credibile, lo voglio vedere portar fuori il secchio dell’umido!
L’industria videoludica ha alzato parecchio l’asticella, ma pure io non scherzo
in quanto ad aspettative eh!
Non fraintendetemi: la possibilità di investire qualcuno con il camion degli
hot dog, combinare disastri per strada o rubare un sommergibile fa parte
dell’identità di Grand Theft Auto. È il suo lato provocatorio, quello che ha
fatto discutere generazioni di genitori e giornalisti.
Ma personalmente, oggi, non è quello che cerco da GTA VI.
Quello che mi incuriosisce davvero è tutto ciò che Rockstar sta costruendo
dietro a questa gigantesca macchina.
Perché la mia aspettativa più grande non è semplicemente avere una mappa più
grande, una grafica più bella o molte più cose da fare.
Il mio desiderio è vedere quanto può essere complesso un mondo virtuale senza
che io debba accorgermene.
Da un gioco come GTA VI mi aspetto una città che sembri davvero funzionare
anche quando io non sto facendo nulla. Voglio vedere persone che abbiano
comportamenti credibili, voglio il traffico che non sembri semplicemente una
serie di automobili generate per riempire una strada, ambienti che reagiscano
alle mie azioni, animazioni sempre più naturali, una fisica convincente e
soprattutto un mondo capace di gestire una quantità enorme di informazioni
senza dare l’impressione di essere un gigantesco videogioco costruito a pezzi.
Ed è qui che, secondo me, GTA VI potrebbe nascondere la parte più interessante.
Perché diciamolo, siamo davanti a un prodotto assolutamente mainstream, in un’
industria ancora più mainstream. È uno dei videogiochi più attesi della storia,
destinato ad essere giocato da milioni di persone.
Eppure, sotto la superficie, potrebbe esserci una quantità di tecnicismi
pazzesca.Streaming degli asset, gestione della memoria, animazioni procedurali,
illuminazione, fisica, IA degli NPC, simulazione del traffico, audio,
caricamento dinamico del mondo, sincronizzazione di una quantità enorme di
sistemi...
Tutta roba che probabilmente il giocatore medio non noterà mai.
E forse è proprio questo il bello.
Parafrasando JABASKUNDA, alias Francesco Serino, durante una puntata de il corto
circuito:
“La vera dimostrazione tecnica non è quando il
gioco ti dice guarda quanto sono bravo, è quando ti fa credere che tutto
questo sia normale”.
Un po’ come quando giocavo a Tomb Raider e Lara saltava da una piattaforma
all’altra con una precisione millimetrica. O almeno così doveva essere: nella
pratica, spesso premevo triangolo un millisecondo troppo presto per scoprire
che anche la gravità aveva qualcosa di personale contro di me.
A quasi mezzo secolo, quindi, non
mi aspetto che GTA VI mi sorprenda perché posso fare cose sempre più assurde.
Mi aspetto che mi sorprenda perché, dopo qualche ora di gioco, possa fermarmi
sul ciglio di una strada, guardare Vice City muoversi intorno a me e pensare:
"Ma come cazzarola fanno a far funzionare tutta questa roba
contemporaneamente?"
E forse, proprio in quel momento, saremo vicini a qualcosa che il me bambino,
quarant’anni fa, sognava senza nemmeno sapere se sarebbe mai stato possibile.
Perché io sono cresciuto quando i videogiochi erano ancora pixel, suoni
elettronici e mondi che stavano dentro una manciata di kilobyte. Quando
immaginare una città virtuale capace di vivere, muoversi e reagire intorno a me
sembrava fantascienza.
Forse GTA 6 potrebbe essere uno di quei momenti in cui ti rendi conto che una
parte di quei sogni infantili, dopo quarant’anni, è finalmente diventata
tecnologia.
E questa, molto più della possibilità di investire pedoni o andare a prostitute
per poi rapinarle, è la cosa che oggi mi interessa di più.
Non mi interessa più soltanto cosa posso fare nel gioco.
Mi interessa sempre di più come il gioco riesce a farmelo credere reale.
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