04 Settembre 2026
Se pensavi che il realismo al cinema fosse vedere i film di Ken Loach con i lavoratori inglesi che si lamentano sotto la pioggia, congratulazioni, non hai mai posato gli occhi su Cinico TV.
In confronto a Daniele Ciprì e Franco Maresco, i registi del "neorealismo" sembrano dei creatori di spot per la mulino bianco. Nei primi anni ’90, mentre la TV italiana propinava lustrini, ballerine e la prima carica di trash commerciale, questi due geni del male hanno preso la telecamera, sono scesi nelle periferie più desolate di Palermo e hanno detto: "Ok, adesso mostriamo al mondo cos’è l’essere umano quando togli la speranza, l’igiene e la forza di gravità."
Perché Cinico TV è un capolavoro di degrado sublime?
Cinico TV non è semplicemente "realismo", è la distopia che ha rinunciato pure a essere distopica. È un bianco e nero così sgranato, sporco e catramoso che ti fa venire voglia di fare una doccia dopo cinque minuti di visione.
Ciprì e Maresco non ne vogliono proprio sapere dei sex symbol. I loro protagonisti sono l’archetipo maschile DEFINITIVO. Sono uomini in canottiera unta, mutande ascellari, privi di denti e spesso intenti a fissare il vuoto o a ruttare contro l’orizzonte. Francesco Tirone e Giuseppe Paviglianiti non recitavano: esistevano e basta, eroi tragici di un’umanità che ha perso il libretto d’istruzioni.
Come Ciprì e Maresco hanno rivoluzionato il realismo...
La vera genialità della coppia sta nell’aver capito che per fare del vero realismo non servono i massimi sistemi o i piagnistei sociologici. Ciprì e Maresco odiano la pedagogia della TV di stato e la retorica del "povero ma buono". È necessario mostrare la materia grezza.
Loro hanno preso il "realismo" e lo hanno spogliato di qualsiasi edulcorazione borghese. Niente retorica della sofferenza, niente riscossa sociale, niente di niente. Hanno mostrato l’Italia dei sobborghi per quella che era (ed è) ovvero un cimitero a cielo aperto di macerie, desolazione e grottesco surrealismo. Hanno fatto la differenza perché non hanno avuto paura di disgustare, riuscendo però nell’impresa impossibile di farci ridere di un vuoto cosmico che, sotto sotto, appartiene a tutti noi. E se si smette di ridere per il grottesco della situazione, quello che resta fa venire i brividi eh! Loro non parlano della povertà materiale, loro disquisiscono della morte dell’anima.
Nel dramma classico o nel neorealismo c’è quasi sempre una fiammella di dignità, un desiderio di riscatto o almeno la rabbia della protesta. In Cinico TV la speranza non è mai fallita: semplicemente non è mai esistita. I protagonisti non cercano una vita migliore; non riescono nemmeno a immaginarla. Non c’è redenzione!
Oltre alla città, anche il corpo è un inferno. La carne è mostrata nella sua decadenza più spietata. Vecchiaia, deformità, obesità o magrezza estrema non sono usate per pietismo, ma come testimonianza biologica che tutto marcisce.
La risata che strappano è un meccanismo di difesa, si ride per non urlare di terrore davanti allo specchio di quello che potremmo diventare quando l’umanità si spegnerà del tutto.
Oggi una cosa del genere verrebbe sommersa dalle polemiche dopo tre secondi netti, tra accuse di body shaming, classismo ed exploitation del disagio. Il cinismo puro di Ciprì e Maresco non cercava il consenso di nessuno, men che meno l’approvazione della folla finta e rassicurante di oggi.
Ciprì e Maresco non hanno mai preteso di darci una lezioncina morale, né volevano "educare" il pubblico. Il loro intento era squisitamente artistico e filosofico, ma muovendosi su un crinale sottilissimo tra derisione e pietà.
Non c’è consolazione nei loro sketch. Non c’è il messaggio del tipo "guardate come soffrono questi emarginati, dovremmo aiutarli". Chi cerca la morale in Cinico TV rimarrà deluso, perché la morale presuppone una via d’uscita o un giudizio logico, mentre loro mostrano il vicolo cieco definitivo dell’esistenza.
Vi dirò, nello scrivere questo pensiero mi sono anche posta delle domande, perché all’apparenza, Cinico TV, sembra pura derisione: prendere corpi alteri, menti regredite e ridurli a macchiette da circo tragico. Ma in realtà la loro derisione non è rivolta ai poveri cristi che inquadrano. La vera derisione è contro la società dello spettacolo che in quegli anni ’90 vendeva l’illusione del consumismo, del successo a tutti i costi e della bellezza plastica (Berlusconi docet); e all’ipocrisia dello spettatore che guarda dall’alto in basso ma riconosce nell’assurdo di Paviglianiti o Tirone la propria stessa insignificanza.
In un certo senso, c’è una pietà mostruosa e disperata. Ciprì e Maresco non sfruttano quei personaggi; li elevano a icone sacre del nulla. Non li giudicano, li immortalano. È la registrazione spietata del "dopo la fine del mondo", dove non sono rimasti ideali, ma solo corpi che esistono.
Dove volevano arrivare, quindi? Semplicemente a scardinare l’illusione. Volevano piazzare una bomba atomica di sporcizia e silenzio nel bel mezzo del salotto borghese italiano per dire: "Ecco cosa siamo davvero sotto il trucco e la pubblicità."
Fortunatamente tutto questo non è finito. Maresco ha continuato con i suoi documentari ancora più feroci (come La mafia non è più quella di una volta). Ciprì, dal canto suo, ha preferito fare il "fighetto" con la fotografia patinata, sfornando roba bellissima da vedere, ma decisamente più commestibile per i palati fighetti da festival.
Insomma, se Ciprì ha deciso di lavarsi le mani e mettersi il vestito della domenica, Maresco è rimasto felicemente immerso nella melma fino al collo, a ricordarci che l’estinzione umana, in fondo, non è poi ’sta grande perdita!
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