Amici della fantascienza, toglietevi di dosso la polvere cosmica e mettetevi comodi:
Elia Gonella ha vinto il
Premio Urania con "
Occhi dal cielo",
e il perché è chiaro. Questo romanzo è un viaggio che parte dalle
Dolomiti (sì, quelle che si vedono nelle cartoline) e finisce dritto nel vostro
cervello a seminare il panico esistenziale.
Siamo nel 2034, e il
mondo, diciamocelo, sta andando a rotoli (grazie, crisi climatica!). Ma
ecco che la Natura, con un senso dell’umorismo discutibile, ci regala
una mummia preistorica. E non una mummia qualsiasi, ma una con un terzo
occhio alieno, palpitante, incastrato nel petto. Gonella praticamente ci
dice: "Pensavate che i problemi fossero solo il riscaldamento globale?
Surprise! "
Il protagonista, Daniele De Torres, è un ingegnere
che lavora con le interfacce uomo-macchina. In pratica, è uno che già
parla con i computer, e ora si ritrova a dover chattare con un occhio
millenario. La trama è una bomba a orologeria: mescola l’indagine
scientifica più seria (roba da gente che ha studiato) con le visioni più
allucinate.
Perché mi è piaciuto? Perché Gonella non ha paura di
schiacciare il pedale del Weird. Non è fantascienza da manuale, è quel
tipo di fantascienza che ti fa guardare il tuo smartphone e pensare:
"Aspetta, e se anche il mio schermo avesse intenzioni più grandi?".
L’autore tiene un ritmo serrato e, soprattutto, sa come creare una
tensione che non ti molla: sei lì a sperare che Daniele risolva il
mistero, ma allo stesso tempo temi che, risolvendolo, l’umanità scopra
di essere l’ultima ruota del carro cosmico. Un tripudio di intelligenza e
inquietudine, condito da un’ambientazione italiana che non guasta mai.
E dopo esserci ripresi dallo shock del terzo occhio dolomitico, Urania ci fa un altro regalo: il racconto vincitore dell’
Urania Short,
"La sfera degli dèi" di
Giuliano Olivotto.
Pensavate che il volume fosse finito? Illusi! Olivotto prende la palla (o meglio, la
sfera) al balzo e ci spara addosso un’altra piccola, ma
cattivissima,
idea fantascientifica. Non è il solito riempitivo da fine libro, è il
classico racconto che ti fa dire: "Caspita, c’è materia per un intero
film qui!".
Se Gonella ci ha fatto temere il ghiaccio e l’archeologia, Olivotto ci fa guardare il cielo con ancora più paranoia. È una micropillola di sci-fi concentrato,
un gioiello di narrativa breve che ti dimostra che i migliori concetti
stanno spesso nello spazio più piccolo. È il colpo di grazia
intellettuale che ti convince definitivamente: la fantascienza italiana
sta decisamente meglio di quanto pensassimo.
Una degna chiusura che ti lascia con la bocca aperta e la testa piena di stelle!